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Solo gli artisti, se veramente sono tali, sanno svelare i pensieri segreti, le meravigliose ambiguità, le zone misteriose e inesplorate che la realtà apparente nasconde. Vedono la spiritualità e l’interiorità anche quando esse sembrano invisibili all’occhio umano.
Ecco perché questa mostra è doppiamente interessante.
Interessante perché riunisce una serie incredibile e mai vista di capolavori. Intrigante ed affascinante perché sono opere, oltre che bellissime, intimamente impregnate di significati, di “simboli”, appunto.
Quella che si ammira a Palazzo Zabarella è una mostra leggera e densa allo stesso momento, perché è un percorso dentro l’arte ma ancora di più dentro le emozioni.
Più di ottanta dipinti, alcune sculture e trenta straordinari disegni sono le opere che Fernando Mazzocca, Carlo Sisi e Maria Vittoria Marini Clarelli hanno qui riunito.
A documentare il meglio di un movimento artistico che traghettò l’arte, ma anche la letteratura, la poesia, la musica, dall’Ottocento alla modernità, nei quattro decenni che vanno dagli anni Ottanta del XIX secolo alla prima guerra mondiale.
Sono quadri – veri capolavori – ormai entrati nell’immaginario collettivo, patrimonio di grandi musei di mezzo mondo.
Se Segantini e Previati rappresentano le due anime del movimento, una più legata alla dimensione della realtà naturale, l’altra a quella dell’immaginazione, Pellizza da Volpedo e Morbelli confermano come il Divisionismo italiano, assolutamente all’altezza delle altre avanguardie europee, abbia raggiunto i suoi risultati più alti proprio nella sua fase simbolista.
La mostra è anche il racconto delle diverse ‘capitali’ di quella stagione simbolista e decadente che giungerà sino alla rivolta futurista: Roma, dove il cenacolo di artisti raccolti intorno a Gabriele D’Annunzio e Angelo Conti (Costa, De Carolis, Sartorio) traggono ispirazione dall’arte dei preraffaelliti. Quindi la Milano dei divisionisti, con Grubicy, Previati e Segantini; infine Torino, dove i temi sociali trattati da Bistolfi e Pellizza da Volpedo promuovono l’utopia di un auspicato progresso sociale e spirituale. Quindi Venezia e Trieste, quali sperimentali avamposti della cultura italiana verso i grandi movimenti contemporaneamente in atto nella Mitteleuropa.
Ma la mostra documenta anche i contatti dei nostri pittori con i grandi simbolisti stranieri presenti in Italia, dai ricordati preraffaelliti a Böcklin, von Stuck, Klimt, conosciuti attraverso le Biennali di Venezia. Valgono ad emblema della mostra la ricostruzione della famosa Sala del Sogno che proprio alla Biennale del 1907 rappresentò la consacrazione ufficiale del Simbolismo o il confronto di due capolavori come la Maternità di Previati e Le due madri di Segantini, che tornano vis a vis per la prima volta dopo esserlo stati per pochi mesi alla famosa Esposizione Triennale nel 1891 a Milano, considerata l’inizio del movimento.
La rappresentazione di alcuni capolavori di Boccioni, Balla e Casorati intende dimostrare la persistenza di suggestioni simboliste nelle opere di esordio di alcuni dei massimi protagonisti del nostro Novecento. Il tutto in una mostra cui Federico Bano, con la sua Fondazione, stava lavorando da ben cinque anni, volendo proporre non opere simboliste qualsivoglia ma proprio quelle “giuste” a dar correttamente conto di una stagione particolarmente felice dell’arte italiana tra Otto e Novecento. |
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